martedì 19 maggio 2026

La strage di Elephant

Elephant fu forse il film che mi ha più segnato nell’elaborazione della mia esperienza dell’adolescenza.
Lo vidi su consiglio di una mia cugina ed ero andato al cinema con mio padre. Credo che in quel periodo non riuscissi ad andare al cinema da solo. I ricordi sono confusi ma certo è che quel film fu uno spartiacque nel mio immaginario filmico, e non solo.
Penso che sia il film più bello sul bullismo perché non richiama un punto di vista esterno alla violenza mentale che segna il contesto di una classe o di una scuola.
Questa violenza sconvolge e snatura i contorni nelle figure e sussume alla fine il suo potenziale diventando una strage. In Elephant il punto di vista non è quello esterno dell’amore di un genitore nei confronti della vittima suicida come nel caso del Ragazzo dai pantaloni rosa, ma è quello interno all’adolescenza che sussume la violenza che la circonda a ogni lato e la fa esplodere.
In Elephant i bulli e tutti gli altri diventano le vittime di una strage mentre il bullizzato diventa lo stragista omicida che porta epifanicamente ad esplicitazione la violenza che serpeggia nei bagni, nei corridoi, nelle aule, negli spazi dello sport quale indice di una mappa più grande che coinvolge, per prima cosa, la testa.
La testa attraversata dalla violenza snatura i connotati della percezione ed è uno spazio condiviso che riflette lo spazio condiviso della scuola dove galleggiano e alla fine si perdono le figure. Il bullismo riesce ad essere tematizzato in maniera congrua perché il focus non è la vicenda pietosa della vittima ma quella stessa “testa condivisa” che è la percezione alterata di tutti dove agisce una violenza che fa pressione.
Penso che questo film mi abbia raccontato, nel tempo, che cosa sia stata la mia classe delle superiori: fondamentalmente un luogo comune posto all’altezza della testa, estraneo per sua natura alla dimensione della pietà e imbevuto di una violenza reciproca da parte delle stesse risorse psichiche che coinvolgevano tutti; vittime o carnefici.

lunedì 18 maggio 2026

Il blog

Questo spazio è vuoto.
Ci sono dei caratteri e delle parole che non rimandano a un senso.
Nonostante lo spazio sia vuoto si può ragionevolmente affermare che è un blog tematico.
C’è un tema che attraversa tutti i post e li sintetizza, che sono le mie relazioni sociali.
Sono nato come una persona socievole come spiego ampiamente in questo blog.
Questo tema del blog si intreccia con la mia profonda infelicità.
Non riesco a trovare la mia posizione come corpo nel corpo sociale.
Sono inibito e ristretto come il peggiore caffè.
Mi vergogno oramai di me stesso e ho la grande paura di urtare il corpo degli altri.
Non mi piacciono i miei nipoti.
Non mi piacciono i film.
Quando vedo un film non riesco a identificarmi.
Quando vedo un mio nipote non lo osservo.
Lo spazio di questo blog, che è una pagina bianca, ha la grande paura di afferrare i pensieri.
Sono inibito e sbiadito come la peggiore camicia.
Ho incominciato a scrivere questo blog perché volevo annientarmi come scrittore.
Non ce la faccio più.
Non resistevo all’idea di poter continuare a scrivere.
Per questo ho realizzato il blog peggiore del mondo, in modo da vergognarmi di me stesso e smettere una volta per tutte.
Non credo al metalinguaggio che è un’invenzione dei semiotici per imbambolarci.
Non credo che nella scrittura si articoli la ragione inconscia di un gesto.
È vero che ho un brutto rapporto con la scrittura perché la mia scrittura in tutta la mia vita è sempre stata lineare.
È sempre stata la stessa e non c’è stato nessun gesto che mi ha spinto a cambiare.
Non sono mai stato entusiasta e per questo ho continuato a scrivere ininterrottamente per più di due decine di anni.
In verità ho sempre scritto su questo blog tematico perché i miei post precedenti io li ho cancellati.
Ho un rapporto lineare anche con i miei detrattori perché penso sempre che abbiano ragione.
Penso che se la mia scrittura potesse essere paragonata a una torre dovrebbe essere abbattuta subito perché questo abbattimento corrisponde al congruo abbattimento della mia personalità.
Francesco Di Benedetto

venerdì 15 maggio 2026

La rivoluzione di un dodicenne

Sister è un film fantasioso sul desiderio che è un desiderio di altezza fra le piste da sci della Svizzera che staccano da terra e dalle isolate case popolari ed è il desiderio di un’unica donna, bellissima, perduta e crudele, che è la nostra madre e pseudo sorella.
L’altezza stacca i piedi dalla soggezione al classismo e ci rende ladri di sci e occhiali da sole ma è l’altezza che ci separa dal corpo della nostra madre e pseudo sorella che vorremmo toccare e non vorremmo mai smettere di guardare anche se siamo perduti.

martedì 5 maggio 2026

Intervista a Lupo Macolino

Lupo Macolino è uno psichiatra che conosce la realtà di Solaris APS da tempo e che attualmente vi propone un’esperienza di gruppo chiamata “Gruppo riflessivo” laddove i partecipanti sono invitati a parlare a turno per poi riflettere, alla fine, su come si sono sentiti in relazione alle esternazioni di tutti.
È un volontario.
Francesco Di Benedetto
Ciao Lupo,
la prima domanda è suscitata dai tuoi frequenti interventi all’interno dell’associazione in merito alla psichiatria.
Che rapporto hai con il tuo ruolo di medico e perché non ritieni che la medicina psichiatrica abbia fatto sostanziali progressi grazie alla farmacologia?
Lupo Macolino
Negli ultimi anni sono stati rivisti i presupposti di base, a cominciare dall’idea di “malattia” mentale. C’è un gruppo di valorosi colleghi che hanno preso il nome di “psichiatria critica” e che hanno messo in luce la assoluta mancanza di basi scientifiche della psichiatria a partire dalla diagnosi e, di conseguenza, i disastri provocati dalle cosiddette “terapie” farmacologiche. Studi recenti hanno dimostrato che la psichiatria spesso fa più danni delle “malattie” che intenderebbe curare. Uno tra tanti: l’aspettativa media di vita dei nostri “pazienti” è ridotta di 10-15 anni rispetto al resto della popolazione. E non certo a causa delle “malattie mentali” ma dell’uso eccessivo di farmaci.
Francesco Di Benedetto
Come sei venuto a contatto con la realtà di Solaris e perché l’hai trovata interessante?
Lupo Macolino
Durante il periodo in cui ero in servizio pubblico, quasi per caso. Sono stato invitato ad un evento. Mi sono sembrate persone che riflettono criticamente sui propri percorsi, mettendosi in discussione, non “pazienti” che seguono semplicemente procedure “terapeutiche”.
Francesco Di Benedetto
Dove nasce l’idea del Gruppo riflessivo?
Lupo Macolino
È un’idea della collega psicologa con cui lavoro, Dr.ssa Ingigneri. Si tratta di un tentativo di applicare i principi del Dialogo Aperto in un contesto di gruppo. 
Francesco Di Benedetto
Esattamente, per te, cosa significa la parola “dialogo” e perché rivestirebbe così grande importanza nell’ambito delle relazioni e dei vissuti umani?
A che vissuti e memorie la colleghi?
Non pensi che ci sia una soglia psichica oltre la quale l’esperienza socializzante del dialogo non può andare?
Lupo Macolino
A mio parere il dialogo è la dimensione principale dell’esperienza umana. Inteso come rispetto dell’altro e trasmissione di emozioni, opinioni, punti di vista. Jaakko Seikkula lo definisce una “incarnazione dell’amore”. Se ci rifletti è così che impariamo tutto, a partire dal linguaggio. “Siamo” le nostre relazioni: viviamo, soffriamo e cresciamo quasi esclusivamente per queste. E il dialogo è il nostro modo di costruire le relazioni.
Francesco Di Benedetto
Se dovessi prescindere dai tuoi interessi medici e scientifici che cosa personalmente cerchi partecipando al Gruppo riflessivo di Solaris e perché come dici sempre trai giovamento psichico da questa partecipazione individuale?
Lupo Macolino
Il Gruppo Riflessivo per me è un esperimento. Parlo di cose che mi stanno a cuore come persona e a volte anche come professionista. Non trovo mai risposte ma ascolto altre voci che spesso mi fanno riflettere. Imparo ogni volta qualcosa sul mondo e su me stesso.
Francesco Di Benedetto
Pensi che anche noi partecipanti ne troviamo un giovamento e perché?
Lupo Macolino
Naturalmente non sta a me dirlo. Mi sembra di sì. La partecipazione è buona per un’esperienza di questo tipo. Sento molte opinioni positive ma su questo punto, che è importante, ho in mente un approfondimento.
Francesco Di Benedetto
Il Gruppo riflessivo è una terapia?
 
Lupo Macolino
Non nel senso classico. 
È (o spero sia) uno spazio dialogico. Persone, non pazienti o terapeuti, che parlano di ciò che sta loro a cuore in quel particolare momento. Vengono fuori emozioni, punti di vista, racconti con la incredibile potenza dei vissuti personali. Questo fa riflettere, “attiva i neuroni” di chi parla come di chi ascolta. E questo penso sia la miglior medicina sia per i gravi disturbi mentali che per i disagi quotidiani di ciascuno di noi.
Francesco Di Benedetto
Lo consiglieresti a tutti?
Lupo Macolino
Sì, certo. Soprattutto a coloro che non hanno occasioni di dialogo nella loro vita personale.
Francesco Di Benedetto
Che ruolo ha la tua figura di psichiatra nell’economia della riuscita degli incontri?
Lupo Macolino
Credo sia trascurabile. E ne sono contento. Mi dicono che le cose vanno bene anche quando non ci sono.

lunedì 4 maggio 2026

La scrittura pornografica

La mia scrittura da tempo si costruisce sul senso di colpa di dare fastidio alle persone con la mia presenza ingombrante e la condivisione dei miei testi.
Questa condivisione ha qualcosa di pornografico come mi insegna l’incubo di stamattina.
La vicina di casa telefonava a mia moglie e le diceva che i titoli del mio blog erano ingombranti e pornografici.
Penso alla pornografia come simbolo perché riguarda le dimensioni dell’esposizione e dell’osceno.
Mi sento osceno nel momento in cui mendico un tassello in più della mia visibilità.
La mia rubrica WhatsApp è stata tempestata dai miei post e dai miei scritti anche e soprattutto quando erano scritti di poesia perché li ho mandati e li mando a tutti.
Mi sento soprattutto in colpa nei confronti delle donne e comunque di alcune donne che polarizzano la mia attenzione.
Eleonora, ad esempio, l’ho distrutta di messaggi; anche Carla.
Mi sembra calzante il paragone con la pornografia perché c’è una dimensione “libidica” in tutto questo.
C’è una dimensione pulsionale, c’è la compulsione.
Dietro il mercato della pornografia si nascondono e si pesano dollari di libido e di pulsione al di là di una qualificazione o quantificazione del godimento.
L’importante è che aprendo un popup sempre più nuovo si attivi il flusso esponenziale del quantum della pulsione.
Io le finestre le apro tutte e sono le mie caselle WhatsApp.
Il flusso dei messaggi passa ininterrotto.
La comunicazione telematica in quel momento acquista il livello del tatto.
Tocco l’altra persona nel momento in cui la raggiunge il mio messaggio.
È un’illusione del senso del tatto che si sente, in modalità speculari, anche nel tutto immersivo del quadrante pornografico.
Nella scrittura pornografica che è quella che pratico quotidianamente tutto nasce dal web in una congiunzione tutta particolare fra testo e comunicazione.
Il testo coincide con la comunicazione fin dall’origine e viene perciò stesso imposto agli altri.
Non tutte le persone che tocco dall’altra parte dello schermo si sentono violate come in una “seduta” di pornografia.
Fra queste persone ci sono alcuni individui che proprio non possono essere assimilati a un processo pornografico.
Sono i miei familiari stretti, in primis mia moglie che mi legge sempre.
Se dovessi pensare a queste persone, e in particolar modo a mia moglie, dovrei rivoluzionare completamente l’impianto di questo post.
Non mi sentirei in colpa, non mi sveglierei dall’incubo di stamattina con la vicina.
Con Rachele io scrivo per lasciare un segno in questa vita che le possa essere caro nel tempo.
Tutto si rivolge in una ricerca profonda dell’altro che si estende nel tempo.
Stando agli stessi scritti, scissi dalla dimensione violenta della comunicazione su WhatsApp, lo stesso accade anche con le altre persone: quelle a cui voglio comunicare qualcosa di personale per lasciare un segno.
Eleonora, Carla e tutti gli altri.
La scrittura pornografica è un demone che lascia realizzati dei fiori.