mercoledì 22 aprile 2026

Intervista a Maria Paola Marchini

Maria Paola Marchini si è laureata in psicologia e ha lavorato per 22 anni come maestra elementare e, poi, per 18 anni come psicopedagogista in un istituto comprensivo (materna, elementare e media inferiore).
Per Solaris APS ha ideato il laboratorio Mettiamoci in gioco che codirige con Rita Mastrosanti.
È una volontaria.
Francesco Di Benedetto
Cara Paola,
cosa ti ha spinto ad abbracciare il volontariato a Solaris?
Maria Paola Marchini
Conosco la Solaris da quando mia figlia Francesca è stata nella comunità di via Sabrata circa 8/9 anni. La psicologa della comunità me la raccomandò e da allora la frequento con molto piacere.
Mi piace l’associazione, lo scopo che persegue, le persone che ne fanno parte. Inoltre frequentare Solaris mi ha aiutato a superare i miei sensi di colpa verso mia figlia. 
Quando ho visto che tante belle persone avevano i miei stessi problemi mi sono sentita meno sbagliata. Così ho pensato di restituire qualcosa all’associazione di quello che mi era stato dato, perciò sfruttando la mia esperienza a scuola ho ideato il laboratorio Mettiamoci in gioco.
Francesco Di Benedetto
Esattamente in che cosa consiste il tuo laboratorio?
Perché poni l’accento sul “gioco”?
Che cosa significa per te il gioco e a quali vissuti lo associ?
Il gioco può essere serio?
Maria Paola Marchini
Il mio laboratorio vuole lavorare in forma ludica ma anche riflessiva sulle emozioni e sulle relazioni. Il gioco è un bellissimo modo per imparare divertendosi. Non so cosa significhi per me il gioco. Mi viene da pensare che nella mia vita ho sempre dato la precedenza all’impegno e alla fatica, probabilmente far giocare gli altri diverte molto anche me. In ogni caso i nostri giochi possono essere anche molto seri e le riflessioni che ne emergono lo dimostrano pienamente.
Francesco Di Benedetto
Che cosa trovi del gioco nell’esperienza concreta del laboratorio?
Che cosa trovi estraneo al gioco nell’esperienza concreta del laboratorio?
Perché si instaurano anche situazioni di malessere?
Maria Paola Marchini
Le attività che vengono proposte all’inizio del laboratorio sono sempre ludiche e in genere piacevoli, nella seconda parte ciascuno può parlare dei propri vissuti, ricordi, sensazioni e riflessioni sull’esperienza. Può accadere che alcune delle esperienze che viviamo nell’ambito del laboratorio suscitino emozioni o ricordi dolorosi tuttavia la possibilità di condividere con gli altri tali vissuti ridimensiona l’impatto e consente, a volte, di alleggerire il carico di dolore.
Francesco Di Benedetto
Qual è la tua gratificazione con Mettiamoci in gioco?
Maria Paola Marchini
Amo questo laboratorio, mi diverte molto e la soddisfazione che spesso vedo nei partecipanti quando se ne vanno mi gratifica tantissimo.
Francesco Di Benedetto
Ti sei affezionata ai partecipanti del tuo laboratorio?
Che cosa provi ogni volta che ci riuniamo per Mettiamoci in gioco?
Perché ci siamo affezionati al tuo laboratorio nonostante possa diventare anche molto perturbante?
Maria Paola Marchini
Il gruppo che si è formato nel tempo è un gruppo bellissimo di persone felici di reincontrarsi ogni volta. Non è mai stato necessario ribadire le regole del gioco in quanto fin da subito le persone si sono mostrate estremamente rispettose le une verso le altre. Quindi sì, mi sono affezionata a tutti e mi fa piacere incontrarli ogni due martedì.
Il laboratorio non ha finalità terapeutiche, tuttavia la possibilità di esprimersi liberamente e sentirsi accolti senza essere giudicati fa bene allo spirito e consolida la fiducia in sé stessi e negli altri.

lunedì 20 aprile 2026

La guarigione

Lourdes è il film di Jessica Hausner del 2009. Per me fu un momento eclatante: un climax a suo modo nella mia coscienza. Penso che il tema sia l’invalidità (attenzione: parlo di invalidità e non semplicemente di disabilità). L’occhio diventa progressivamente quello dell’invalido ed esplode in una visione epifanica ed emotiva nel finale. Il finale ha la plasticità della scena tragica, è asciutto e costringe il campo visuale come il resto del film ma fa esplodere le emozioni. La canzone è Felicità di Albano e Romina che può essere anche una canzone terribile (nel senso del tragico), e qui si vede. Per me tutto il film è questa canzone finale; nel senso che tutto tende qui e tutto è in prospettiva questo. Una caduta, l’impossibilità di muoversi, la festa degli altri. Perché dico che è un film sull’invalidità e non sulla disabilità? Pende il giudizio degli altri che facciamo proprio in questa società edonistica. Siamo messi di spalle a guardare un ballo scatenato dove si cimentano anche i preti e le suore. Eppure questo ballo è bellissimo perché corrisponde alla pienezza del nostro stesso sguardo: una tragica visione. Ho visto il film in lingua originale al tempo in cui passò a Venezia. Non capisco perché sia praticamente dimenticato. L’ho visto il giorno del mio compleanno che ho passato da solo. Non avevo ancora fatto sesso, non avevo ancora conosciuto l’amore. Per me la socialità non era una gioia. Mi sentivo solo in quella giornata paradigmatica della mia vita. Fu un affronto alla mia coscienza, un passo in avanti che ho tenuto caro. Se dovessi pensare a una mia personale storia nello spettacolo, inizierei da qui: dall’ultima sequenza di Lourdes. Tuttavia mi è molto difficile oggi centrare il concetto di questa sequenza che sembra ripresa in soggettiva ma non lo è affatto, perché mi sento sempre meno invalido e mi sento sempre meno solo. Penso che sia stato fondamentale fare il punto sulla mia condizione di “invalidità” allora per poter spingere in tutti i modi per cambiare. Con il sesso, con l’amore e con la socialità.

sabato 18 aprile 2026

Intervista a Marco Ruffolo

Marco Ruffolo è stato giornalista economico e politico per La Repubblica e al tempo stesso è un cinefilo che collabora come volontario con Solaris APS. Qui attualmente promuove un Cineforum sperimentale dove il testo autentico è dato dall’unione dei singoli spezzoni di film (uniti da un tema comune scelto collegialmente) con i racconti autobiografici degli utenti che rispondono agli stimoli complessi che vengono loro forniti.
In ambito cinematografico Ruffolo è autore del libro La maschera e il giullare. Viaggio non troppo serio tra i modelli dei grandi comici edito da Besa.
 
Francesco Di Benedetto
Ciao Marco,
la prima domanda è questa: giornalista economico e politico e cinefilo.
Esiste una differenza?
Esiste a un livello profondo un elemento di continuità?
Con il cinema e il giornalismo economico e politico ti piacerebbe vedere un mondo diverso?
 
Marco Ruffolo
Proprio il mio avere a che fare, quando lavoravo in un giornale, con una realtà politica ed economica come la nostra che non lascia spazio all’immaginazione di poter cambiare le cose, penso che mi abbia fatto apprezzare ancora di più un mondo come quello del cinema dove tutto è possibile, dove si può immaginare tutto.
 
Francesco Di Benedetto
Caro Marco,
cosa cerchi nell’opera di volontariato che presti a Solaris?
Cosa cerchi nel contatto con noi utenti e pazienti di Solaris?
E cosa ti restituiamo di fronte alle tue proposte di collage?
Fra le altre cose, cerchi un modo diverso di vedere il cinema?
Cerchi l’ebbrezza del disorientamento di fronte alla bellezza di un’alterità radicale?
O più che altro insegui l’idea di una comunione?
Molti dei temi proposti e delle tue declinazioni attraverso i filmati insistono sull’idea del gruppo e della condivisione.
Quanto è importante l’idea del gruppo per te e cosa significa per te la sua esperienza fuori e dentro Solaris?
 
Marco Ruffolo
Cerco la condivisione di emozioni e di idee, che non hanno a che fare solo con il modo in cui guardiamo al cinema, ma su come si guarda alla vita, di cui il cinema è una potente metafora. Mi piace molto quando si interrompe la visione dei brani e qualcuno rompe il ghiaccio e comincia a raccontare quello che sente e che ricorda. E gli interventi non sono per nulla scontati ma spesso anche molto sorprendenti. Il cinema in sé, insieme alla musica, crea in me quell’ebbrezza di disorientamento di cui parli, che però viene moltiplicata quando quel film o quel brano lo vedo insieme agli altri e sento una condivisione di emozioni.
 
Francesco Di Benedetto
Caro Marco,
come e perché è nata l’idea di questo Cineforum?
È venuta da te o ti è stata suggerita da altri?
Sei soddisfatto di come è il Cineforum oggi?
 
Marco Ruffolo
Il Cineforum è nato da un concerto di idee tra Eleonora, Rita e me. E ovviamente Antonella. Originariamente il mio contributo a Solaris è stata l’organizzazione di un corso di giornalismo insieme a Eleonora che è durato diversi anni. Quando il corso si è esaurito, abbiamo pensato a vari progetti, ma alcuni di questi erano troppo complessi perché coinvolgevano i partecipanti in modo eccessivo: ad esempio c’era l’idea che ognuno avrebbe dovuto filmare o scrivere qualcosa. E abbiamo desistito. L’idea del Cineforum fatto a brani, invece, ci è sembrato un’idea più semplice e più facilmente coinvolgente. Sono soddisfatto per come sta andando. Certo, dal punto di vista tecnico si potrebbe fare di più, ma non è detto che non ci riusciamo.
 
Francesco Di Benedetto
Marco,
quanto impegnativo è governare una macchina come quella del Cineforum?
Quanto tempo preparatorio richiede?
Alle volte ho l’impressione che potresti scrivere altrettanti saggi quanti sono gli incontri che ci proponi: mi sembra che hai adottato un medium diverso con cui esprimere la propria ricchezza cinefila.
E poi.
È difficile sostenere l’impatto di questa attività di volontariato?
È impegnativo confrontarsi nel tempo con la fragilità mentale degli altri?
 
Marco Ruffolo
Non è eccessivamente impegnativo preparare il Cineforum, è anche divertente, anche se a volte non riesco a trovare i brani che vorrei aggiungere: la maggior parte o sono in lingua originale o sono in italiano ma senza sottotitoli. Non mi pesa affatto questa attività di volontariato, anzi mi arricchisce ogni volta.
 
Francesco Di Benedetto
Il cinema può salvare il mondo?
 
Marco Ruffolo
Potrebbe. Forse lo sta già facendo, impedendo, con la sua potenza evocativa e umanitaria, all’umanità stessa di autodistruggersi.
 
Francesco Di Benedetto
Quali sono gli obiettivi del Cineforum?
 
Marco Ruffolo
Per me sono quelli di farci stare bene insieme e di gettare qualche seme che sia in grado di far stare bene i partecipanti anche quando sono da soli.

lunedì 6 aprile 2026

Buona Pasqua

Solaris APS è la metafora di un corpo che trova spazio prendendo confidenza con il tuo.
Il tuo sostegno, la possibilità di cambiarti radicalmente prende origine da qui.
Siete due corpi o forse lo stesso che entra in confidenza in uno spazio e che così facendo garantisce un supporto.
Solaris APS è una terapia?
Questo non lo so dire profondamente perché non conosco le prospettive di vita che si apriranno dopo che avrò smesso di frequentare l’associazione.
Penso in ogni caso che la risposta sia estremamente soggettiva, e dico questo sia pensando a noi utenti (pazienti o familiari) sia pensando ai volontari e agli operatori che scopriranno solo alla fine cosa avrà lasciato loro questa esperienza di verità.
Ci avrà migliorato?
Ci sentiremo di poter affrontare più serenamente la giovinezza, la maturità o la vecchiaia con quello che ne consegue?
Fatto sta che se stai a Solaris APS, in qualsiasi modo, un motivo tu ce l’hai.
Spesso sta infisso nelle lettere stampate della tua diagnosi psicopatologica mentre alle volte è meno esplicito agli occhi delle altre persone ma si nasconde magari dietro un tuo bellissimo sorriso.
A proposito devo dire che tutti i volontari e tutti gli operatori sorridono e sono bellissimi.
Ma sorridono anche i familiari che partecipano alle attività lontano dai figli e sono bellissimi.
Siamo un unico corpo a Solaris APS che si riconosce in maniera addirittura ineludibile e che si tocca affettuosamente nello spazio come se fosse il corpo di un altro.
Solaris APS è una terapia?
Se si considera la terapia come un percorso di cura finalizzato a una conquista e a un miglioramento conseguenti ognuno si racconta e si racconterà la sua storia.
Se la terapia si coglie come gesto concentrato nel presente si può forse dire che Solaris APS per vocazione si concentra sul momento presente rendendolo un gesto memorabile.
Il corpo di Solaris APS con cui entri in maniera promiscua in una relazione di sostegno reciproco è la tua sensibilità che si attiva alla spinta del tatto degli altri.
Se entri a Solaris APS sei abituato a farti tastare nudo da tutti e a riconoscere nella formazione del gruppo che ti tasta il tuo stesso corpo.
Guardate che questo accade qualunque ruolo tu ricopra; paziente, familiare, volontario od operatore.
Farti toccare nudo dal tuo stesso corpo con le mani e gli occhi di tutti i presenti che si riconoscono è un momento scandito nel presente che diventa memorabile.
Sei parte di una comunità che si riconosce sentimentalmente nel tatto, nel calore e nell’altro.