lunedì 30 marzo 2026

Eleonora

Eleonora è la persona più bella che ho incontrato a Solaris.
È la vicepresidente dell’associazione ma non ha l’aspetto serio e severo di Antonella, che è la presidente.
Mi sono avvicinato a lei un giorno regalandole il mio libro Antonio e Maria Renata.
Lei ha apprezzato il libro e il regalo e alla fine libro dopo libro le ho regalato tutta la mia opera poetica.
Mi ha detto che sono una persona coraggiosa.
Eleonora mi ha detto che ho costruito la mia vita che è una “vittoria” (tra virgolette) che ho raggiunto con grandissime difficoltà e sofferenze.
Eleonora a Solaris rappresenta l’antro del carnevale che ti accoglie.
I suoi colori sono colorati e rappresentano i coriandoli che ti sputa in faccia quando entri.
Eleonora rappresenta un investimento forte nell’amicizia con tutti gli utenti, si capisce perché è la persona deputata all’accoglienza.
È una persona che ha introiettato intimamente il Sessantotto e lo riporta nelle pagine di Solaris come l’antro del carnevale che accoglie l’emarginato.
Eleonora investe nelle relazioni comunque, fin dove è possibile, e adora le persone con cui fa amicizia.
Le porta a casa e le ospita: ha con loro un atteggiamento franco.
Fra queste persone c’è Imara e si sono fatte un sacco di risate insieme.
Fra queste persone ci sono anch’io anche se non ho l’età di Eleonora e non ho mai dormito a casa sua.
Con Eleonora ho percepito la bellezza del gruppo.
Mi ha aiutato a trovare la chiave di violino del sorriso segreto e dell’entusiasmo estremo della comunità.
Non saprei immaginare l’ambiente di Solaris senza il suo buffo profilo.
Tutto diventa buffo con Eleonora, anche Antonella, e tutto si prende sul serio diventando pasta dello stesso progetto bizzarro e della stessa energia del comico.
Io penso intimamente che Eleonora sia una madre liberata perché non è una mamma chioccia.
È figlia del Sessantotto e il suo valore è la libertà della persona che si coniuga con l’antro della festa di carnevale.
A Carnevale il mondo è libero e il mondo è in festa.
Quando sono diventato amico di Eleonora?
Credo un po’ di tempo fa e da allora le mando moltissimi dei miei messaggi letterari.
L’ho fatto un po’ perché lei dirige la rivista di Solaris Pausa caffè ma mi rendo conto che ci ho preso la mano.
Credo sia successo perché lei mi ha ricordato la mia figura materna che è molto diversa dalla sua e anche se lei non ha mai manifestato insofferenza penso che un giorno con un abbraccio e uno sputo di coriandoli mi riporterà sulla giusta strada.

domenica 29 marzo 2026

Nina

È un’esperienza particolare essere coinvolti da un legame affettivo con una persona che ha appena iniziato a camminare e che si ricorda di te.
Nina ha un anno e mezzo, anzi un po’ di più, e vuole vedermi al telefono ogni sera in videochiamata con mia moglie poiché è un appuntamento fisso prima di andare a dormire.
Prima di andare a dormire ripassa i nomi di tutta la famiglia perché siamo i punti di riferimento da abbracciare prima di consegnarsi al sonno, per non avere incubi.
Oramai ci associa a me e a Rachele; quando chiama uno vuole parlare anche con l’altra percependo la corrente affettiva che ci lega.
Mi sorprende forse il fatto che non sia un essere “regressivo”, come ci si aspetterebbe considerata la sua fragile età, e che la sua presenza nella mia vita abbia una chiara direzione affettiva e di linguaggio.
È una bambina adulta a modo suo, che non ha superato i due anni.
È proiettata in avanti e mi sorprende il fatto che stia imparando.
Nina ha bisogno di noi familiari e del mondo del nido che la circonda durante la settimana, ma ha la tenacia inconscia di chi è a questo mondo e impara più velocemente degli altri (cioè di “noi” adulti).
La regressione è probabilmente l’ultima spinta che l’attraversa perché, in quanto bambina posta nelle condizioni precarie di chi ha poco più di un anno e mezzo, è proiettata in modo inintelligibile verso sé stessa, i propri movimenti, l’apprendimento, il linguaggio.
Di Nina mi stupisce soprattutto l’immersività nell’ambiente linguistico e l’apprendimento della qualità dei rapporti affettivi, nonché la presenza come gesto all’interno di questi rapporti affettivi.
Nina ha rivoluzionato anche l’immagine di mia sorella ai miei occhi che nel tempo è diventata “madre”.
Dico “nel tempo” perché è difficile, almeno per me, ricollocare in un nuovo modo le figure familiari e i cambiamenti, anche se annunciati, mi colgono impreparato.
Mia madre nel frattempo è diventata una nonna e io sono diventato zio.

venerdì 27 marzo 2026

Fucking Åmål e la mia adolescenza

Fucking Åmål è il film più vicino alla mia adolescenza.
È un film fatto di grandi slanci dell’immaginazione legati all’eros e alla sessualità e mette in scena l’adolescenza come un travaglio tutto individuale dove il gruppo è fonte vomitevole di sofferenza e di inautenticità.
La mia adolescenza non corrispondeva a quella delle due protagoniste lesbiche e innamorate ma con Fucking Åmål, che vidi al cinema proprio quando avevo sedici o diciassett’anni, riuscii ad elaborarla con la forza proiettiva e la magia del cinema.
Fu un’esperienza capitale sia per quanto riguarda il mio avvicinamento al cinema sia per quanto riguarda l’esperienza dell’elaborazione del vissuto traumatico in sé, nel momento stesso in cui esso era scatenante e attuale.
Posso dire allora di aver conosciuto la violenza quale “realtà mentale” che in un unico laccio soverchiava e stringeva tutte le teste della mia classe (sia i carnefici che le vittime) e potevo raccontarmi a parole che alcune ragazze nella scuola e della classe erano bellissime e che di esse mi innamoravo e mi ero innamorato.
Non sono mai riuscito a raccontare di essermi innamorato di qualcuno al liceo neanche alle persone che mi erano più vicine.
Il tabù erotico in Fucking Åmål è un tema centrale perché è legato alla difficoltà del coming out ma tutto il film sembra costruito perché esso alla fine si sciolga: le ragazze escono dal bagno e raccontano a tutta la scuola di essere innamorate.
Nel film un protagonista è l’organismo che si fa sentire in tutto il suo dissapore e nelle dinamiche erotiche degli sguardi.
Si vomita, si prova a baciare con strafottenza, ci si fa portatrici fisicamente di un disagio, si guarda intensamente gli occhi dell’innamorata richiamandola alla propria presenza.
Il corpo è un organo esplosivo che richiama tutta la giovinezza, un’esperienza del gesto puntato nella dialettica convulsa dei rapporti.
Io mi sono innamorato per molti anni di queste eroine adolescenti e ribelli sapendo bene che il loro spazio non poteva coincidere con il mio ma intuendo forse, fra le righe, la possibilità di un cambiamento senza sapere dove e in che direzione.

giovedì 26 marzo 2026

Notte prima degli esami

Notte prima degli esami di Fausto Brizzi è un film che va visto come una partita di calcio.
Ci sono i tifosi che si amalgamano gli uni agli altri in un sentire comune che ricorda i rintocchi della canzone di Antonello Venditti.
È un film sulla nostalgia?
Sulla perdita dell’innocenza?
Non so: sicuramente è un film sul tempo che lancia i palpiti nelle lancette degli orologi in base alla sensibilità che affratella gli amici.
Ci sono tanti amici.
Tante persone si incontrano in una rete complessa di rapporti e di affetti e tutte queste persone battono la stessa irrevocabilità dell’orologio che cambia e scandisce i momenti del cambiamento.
La stagione di precarietà dell’esame di maturità, proprio alla fine degli anni ’80, assurge così a un sentimento di coralità estesa.
Cambiamo e cantiamo “tutti” e mettiamo a fuoco come se fossimo all’interno di uno stadio.

sabato 21 marzo 2026

Noi siamo infinito

Noi siamo infinito è un film sul periodo adolescenziale inteso come intensificazione degli stimoli del corpo e della mente a contatto con l’ambiente e insieme come mitologia.
La mitologia rende epici e “grandi” i cambiamenti delle sfere dell’eros e dell’amicizia che si prendono la mano per accompagnarci con un senso di empatia e di calore nei sentieri della trasformazione.
C’è la droga e c’è il trauma del sesso.
Apparentemente il sesso è legato a una questione sospesa di pedofilia che riporta indietro nel tempo, ma acquisisce lo status e i colori del trauma se attivato nel contesto di quella trasformazione.
Lo spazio fra i corpi è contiguo e ipersensibile e acquista suo malgrado una dimensione perturbante.
È un film perturbante che sfrutta lo stratagemma narrativo del trauma pedofilo (rimosso) per parlare dell’approccio traumatico all’eros in contesto psicologico di una naturale sessuofobia.
Siamo impreparati all’eros e al sesso quando ci impattano violentemente e viviamo la nostra forma di disagio.
Questa esperienza perturbante è messa a fuoco con gli occhi di un adolescente che si lascia travolgere dall’ammirazione macroscopica nei confronti dei propri compagni di scuola più grandi.
Tutto è più grande e tutto è memorabile, tutto si riveste di una coltre seducente dove però la perfezione del qui ed ora, nell’esperienza adolescenziale, si sposa con il sentimento opposto della perdita del controllo e di una subalternità rispetto all’ambiente sociale ed erotico suggerito dalle presenze degli altri.
In Noi siamo infinito il gruppo degli amici diventa allora il viatico e al tempo stesso la materia del viaggio dell’adolescente: il punto di riferimento e al tempo stesso l’ostacolo intimo da superare.
Il gruppo è un vettore di forze in cui siamo catapultati, che ci rende sprovvisti restituendoci i passi della nostra crescita come se fossimo giganti.

mercoledì 18 marzo 2026

Considerazioni sull'amicizia

C’è una bella differenza fra una simpatia e un’amicizia.
L’amicizia ha bisogno di molti anni e forse anche di decenni per vivere.
Deve essere messa alla prova.
Questo significa che deve superare le avversità, i sensi di colpa, le lontananze, i confronti, i giudizi, e sentirsi viva ancora.
È difficile fare amicizia con gli altri.
Si può essere amici andando a prendere una pizza puntualmente con i partner?
L’amicizia è un incontro profondo fra due diversità che si rispettano, o che meglio hanno imparato a rispettarsi.
È difficile imparare a rispettarsi a questi livelli di intimità, perché è facile soccombere alle pretese proprie o dell’altro ma soprattutto perché l’altro non è facile da accettarsi.
La simpatia nasce inaspettata, ed è una festa seducente che per lo più non vive nel tempo.
L’amicizia è per sua natura metamorfica perché prende piede durante il tempo e accompagna l’altro con la sorpresa negli occhi per la trasformazione.
È quasi vicina all’amore. 

domenica 15 marzo 2026

Frantic

Penso che Frantic sia il film più autentico di Roman Polanski anche se è un film un po’ nascosto ai margini della sua cinematografia crudele e dove la vittima che è una preda integrale della violenza umana diventa però vittima della vita.
Harrison Ford che perde la moglie a Parigi metaforizza la strage che colpì la moglie di Polanski Sharon Tate ma racconta l’incubo profondo del legame affettivo. Non ho mai visto un film di Polanski che si legasse così esplicitamente alla perdita violenta della moglie.
Non erano passati pochi anni e questo film che probabilmente è un’elaborazione integrale degli orrori di una vita, a partire dalla fuga dal nazismo con i genitori internati nei campi di concentramento, è una messa in scena del pericolo della morte che incombe in ogni dimensione dell’affettività.
Probabilmente, e questo è forse il senso profondo del film, l’affettività è complementare al pericolo. È un sentire che intendono i bambini, che hanno paura che vengano sottratti loro i genitori.
La morte entra a far parte della vita del medico adulto in viaggio di lavoro con la moglie a Parigi, con la moglie che improvvisamente scompare e si capisce poi che è stata rapita. A questa moglie si sostituisce una seconda donna, Emmanuelle Seigner, che materializza visivamente la continuazione e la caparbietà della vita nell’incubo.
Frantic è così un film che parla del pericolo della morte che incombe sulla coscienza in una dinamica matrimoniale, filiale-genitoriale o intimamente affettiva. L’interpretazione straordinaria di Harrison Ford restituisce l’aggressione e l’attualità dell’inconscio in una vita che si credeva ordinata e che da esso viene ora orientata.
Per me è il film più bello di Polanski.

giovedì 12 marzo 2026

Che cos'è l'incontro

Che cos'è l’incontro?
Che cos'è l’incontro che io vivo a Solaris?
Solaris è un ambiente vivo che nel corso delle sedute e degli incontri diventa, per certi versi, familiare.
Si tratta dunque di un incontro in famiglia o comunque con la dimensione interna e familiare che mi appartiene o si tratta di un incontro libero?
Pensando a Solaris mi vengono in mente gli incontri che pullulano nel cinema di Marco Ferreri.
Siamo un po’ tutti animali e un po’ tutti malati psichiatrici e quando ci incontriamo siamo sorpresi dal nostro corpo.
Il nostro corpo si espropria dalla pesantezza spirituale e si accoccola sulle ginocchia degli altri.
Le presenze sono questo.
Siamo un po’ tutti animali.
Sono sicuro di essere un animale espropriato della pesantezza spirituale quando parlo con Carla e le dico, contrariamente alle sue prime aspettative, che è bella.
Non so esattamente se questo bacino carnale di incontri sia attraversato dal comico.
Probabilmente sì.
Probabilmente dai coriandoli colorati del comico e del carnevale.
Il carnevale ci fa levitare e sussume la pesantezza spirituale per poi sputarla tra i nostri moccoli nel contesto di un banchetto informale.
Mi fa piacere dire a Carla che è bellissima contrariamente alle sue prime aspettative perché è stata lei che mi ha insegnato che a Solaris la bellezza è pericolosa.
Allora le dico che è una bruttona.
L’incontro a Solaris si svolge su un prato mentre pascoliamo toccandoci l’uno con l’altro come animali.
Io ho toccato le mani di Daniela.
Diciamoci la verità, apparentemente, nella forma, era l’esercizio di Mettiamoci in gioco.
Siamo nudi sul campo come animali e ci piace la condizione e la confusione del nostro corpo che fa sputare i moccoli del naso mentre mangiamo in un banchetto informale.
Ho paura di essere invasivo e di accoccolarmi all’anello di Daniela che magari è quello del fidanzato o del marito.
Ci spiamo le mani come corpo mentre ci stiamo toccando.
La cosa bizzarra è che quando incontro Roberta dopo aver toccato le mani di Daniela mi sembra di essere “pieno” nonostante abbia sputato fra i moccoli la mia potenza spirituale.
L’incontro di Solaris sputa la potenza spirituale ed è per questo che è un campo aperto in cui si possono toccare le mani di Daniela e si può confermare a Carla che è bella nonostante sé stessa.
Noi che siamo malati psichiatrici (non tutti, per carità) ci siamo addestrati a questo incontro familiare.
Francesco

Martin Scorsese e la violenza

Ho finito di vedere Toro scatenato di Martin Scorsese e mi sorprende come in questo autore, almeno in alcuni noti film, venga trattata la violenza.
La violenza può essere uno shock come in Psycho di Hitchcock dove il trauma dei sensi si associa a un’azione del soggetto deviante.
Siamo integralmente dall’altra parte dello schermo e subiamo la violenza che ci viene proposta.
La stessa cosa può succedere in un noir.
Invece con Taxi driver, Toro scatenato e Quei bravi ragazzi la violenza ha l’impatto dell’aggressività, sta dall’esatto opposto punto di vista e restituisce i labirintici universi cerebrali dell’aggressività.
Non solo la violenza sta dall’altra parte e si situa nel contesto dell’aggressività ma questo contesto è un universo mentale di volute e labirinti in cui ci si perde e che ricorda il mondo di Jack Nicholson in Shining di Kubrick.
In verità Kubrick aveva tre protagonisti e la violenza non è soltanto quella che si fa ma anche quella che si riceve: perfetta metafora dello stato delle cose nelle violenze domestiche.
I film di Scorsese in verità non sono così equilibrati e sono drogati dall’aggressività che fa perdere i connotati mentali e rimanda al labirinto della testa.
Taxi driver è uno splendido spaccato dell’aggressività di chi è solo e rimane solo nella società, e in particolar modo nel contesto della metropoli.
La violenza e la strage erompono alla fine come conseguenza di un percorso mentale che, a mio avviso, soprattutto la mobilità della macchina da presa unitamente all’interpretazione di De Niro mette in scena.
Toro scatenato mette in prospettiva tutto della dimensione corporea della boxe attraverso una fotografia in bianco e nero al tempo stesso elegante e deflagrante con i suoi mille valori luminosi.
Questa fotografia è forse l’unica protagonista vera del film.
La violenza della vicenda si spezza nell’universo luminoso e cerebrale dello show business che come una tempesta di luci folgora e spezza la materia.
Viene messa in scena la sensibilità di un cervello, non il suo corpo.
Quei bravi ragazzi intreccia esplicitamente la dimensione dell’aggressività come violenza con la dimensione della droga.
La cocaina.
È un film tirato a lucido che gira consapevolmente su se stesso come una trottola impazzita raccontando l’impossibile elisione dal campo sensorio della sofferenza del corpo.
I suoi piani sequenza riflettono l’assuefazione protratta alla violenza dei protagonisti e sono una pallottola puntata sullo spettatore.
La violenza per Scorsese è sicuramente un atto di rimozione che affonda in determinati contesti sociali e viene in quanto tale denunciato.
Ma la violenza, per i film di Scorsese, è innanzitutto una ragnatela di ossessioni, dipendenze, rappresentazioni vivide da cui non si esce se non con il gesto estremo, il fallimento di una vita o la morte.

A Solaris di martedì

Il martedì è un giorno particolare della settimana, spuntato sul calendario, perché io di pomeriggio vado a Solaris e partecipo con altri utenti a due laboratori che si alternano di settimana in settimana.
Sono laboratori molto diversi ma, forse, la traccia comune è che vi partecipano delle persone che si possono considerare degli “iniziati”, che hanno imparato la bellezza dello spogliarsi nudi (è una metafora) in mezzo al gruppo e che amano il contatto di socialità nel gruppo anche se non si frequentano personalmente al di fuori.
Quando dico che ci spogliamo voglio dire che ci piace togliere le maschere e raccontarci nell’intimo anche se ci possiamo esporre a difficoltà o sofferenze; siamo degli iniziati perché ci fidiamo l’uno dell’altro in questi momenti così intimi e amiamo spogliarci sapendo che non ci giudica nessuno per come siamo fatti.
Questi laboratori per come sono strutturati e per quello che ci chiedono assomigliano a un rito.
Detto ciò i laboratori sono molto diversi perché uno è centrato sull’intreccio dei racconti autobiografici e l’altro su un impatto fortemente emotivo del do ut des degli stimoli che vengono espressi singolarmente da tutti i membri del laboratorio e poi restituiti in forma di riverbero soggettivo dagli altri membri del laboratorio.
La prima tipologia di laboratorio è il Cineforum ed è tenuta da Marco Ruffolo, coadiuvato da Eleonora Ravello e da Rita Mastrosanti; il secondo tipo di laboratorio è Mettiamoci in gioco ed è coordinato da Maria Paola Marchini e Rita Mastrosanti.
Cerco di riassumere alcune linee formali e di funzionamento.
Nel Cineforum, che ha una struttura fissa, si visionano dei piccoli stralci di film uniti da una stessa linea tematica (che varia di volta in volta) favorendo il gioco delle associazioni autobiografiche nei partecipanti i quali si raccontano e raccontano i loro vissuti sulla traccia di quelle suggestioni.
Non è un cineforum tradizionale perché interrompe e puntella la visione interpellando gli utenti e agevolandone costantemente la restituzione degli stimoli attraverso la parola.
Non è un cineforum accademico perché quello che conta non sono le qualità del film ma l’intreccio e la restituzione autobiografici dei racconti di tutti.
Mettiamoci in gioco ha una forma che varia di volta in volta e che assume l’imprinting di giochi sempre diversi, che si servono sempre di media espressivi svariati, ma anche qui la struttura rimane la stessa: proposizione e restituzione di stimoli fra i membri del gruppo, nel gruppo.
Questi laboratori diventano gruppi sofisticati di incontro fra persone che soffrono di malattie psichiatriche ma sono anche aperti ai familiari e la presenza fissa degli operatori e dei volontari, che per lo più partecipano attivamente, rende il luogo ibrido confondendo la linea di demarcazione tra la patologia e la sua assenza.
Questi laboratori sono luoghi di incontro, di bellezza e di nudità.