È un’esperienza particolare essere coinvolti da un legame affettivo con una persona che ha appena iniziato a camminare e che si ricorda di te.
Nina ha un anno e mezzo, anzi un po’ di più, e vuole vedermi al telefono ogni sera in videochiamata con mia moglie poiché è un appuntamento fisso prima di andare a dormire.
Prima di andare a dormire ripassa i nomi di tutta la famiglia perché siamo i punti di riferimento da abbracciare prima di consegnarsi al sonno, per non avere incubi.
Oramai ci associa a me e a Rachele; quando chiama uno vuole parlare anche con l’altra percependo la corrente affettiva che ci lega.
Mi sorprende forse il fatto che non sia un essere “regressivo”, come ci si aspetterebbe considerata la sua fragile età, e che la sua presenza nella mia vita abbia una chiara direzione affettiva e di linguaggio.
È una bambina adulta a modo suo, che non ha superato i due anni.
È proiettata in avanti e mi sorprende il fatto che stia imparando.
Nina ha bisogno di noi familiari e del mondo del nido che la circonda durante la settimana, ma ha la tenacia inconscia di chi è a questo mondo e impara più velocemente degli altri (cioè di “noi” adulti).
La regressione è probabilmente l’ultima spinta che l’attraversa perché, in quanto bambina posta nelle condizioni precarie di chi ha poco più di un anno e mezzo, è proiettata in modo inintelligibile verso sé stessa, i propri movimenti, l’apprendimento, il linguaggio.
Di Nina mi stupisce soprattutto l’immersività nell’ambiente linguistico e l’apprendimento della qualità dei rapporti affettivi, nonché la presenza come gesto all’interno di questi rapporti affettivi.
Nina ha rivoluzionato anche l’immagine di mia sorella ai miei occhi che nel tempo è diventata “madre”.
Dico “nel tempo” perché è difficile, almeno per me, ricollocare in un nuovo modo le figure familiari e i cambiamenti, anche se annunciati, mi colgono impreparato.
Mia madre nel frattempo è diventata una nonna e io sono diventato zio.
Nessun commento:
Posta un commento