giovedì 12 marzo 2026

Martin Scorsese e la violenza

Ho finito di vedere Toro scatenato di Martin Scorsese e mi sorprende come in questo autore, almeno in alcuni noti film, venga trattata la violenza.
La violenza può essere uno shock come in Psycho di Hitchcock dove il trauma dei sensi si associa a un’azione del soggetto deviante.
Siamo integralmente dall’altra parte dello schermo e subiamo la violenza che ci viene proposta.
La stessa cosa può succedere in un noir.
Invece con Taxi driver, Toro scatenato e Quei bravi ragazzi la violenza ha l’impatto dell’aggressività, sta dall’esatto opposto punto di vista e restituisce i labirintici universi cerebrali dell’aggressività.
Non solo la violenza sta dall’altra parte e si situa nel contesto dell’aggressività ma questo contesto è un universo mentale di volute e labirinti in cui ci si perde e che ricorda il mondo di Jack Nicholson in Shining di Kubrick.
In verità Kubrick aveva tre protagonisti e la violenza non è soltanto quella che si fa ma anche quella che si riceve: perfetta metafora dello stato delle cose nelle violenze domestiche.
I film di Scorsese in verità non sono così equilibrati e sono drogati dall’aggressività che fa perdere i connotati mentali e rimanda al labirinto della testa.
Taxi driver è uno splendido spaccato dell’aggressività di chi è solo e rimane solo nella società, e in particolar modo nel contesto della metropoli.
La violenza e la strage erompono alla fine come conseguenza di un percorso mentale che, a mio avviso, soprattutto la mobilità della macchina da presa unitamente all’interpretazione di De Niro mette in scena.
Toro scatenato mette in prospettiva tutto della dimensione corporea della boxe attraverso una fotografia in bianco e nero al tempo stesso elegante e deflagrante con i suoi mille valori luminosi.
Questa fotografia è forse l’unica protagonista vera del film.
La violenza della vicenda si spezza nell’universo luminoso e cerebrale dello show business che come una tempesta di luci folgora e spezza la materia.
Viene messa in scena la sensibilità di un cervello, non il suo corpo.
Quei bravi ragazzi intreccia esplicitamente la dimensione dell’aggressività come violenza con la dimensione della droga.
La cocaina.
È un film tirato a lucido che gira consapevolmente su se stesso come una trottola impazzita raccontando l’impossibile elisione dal campo sensorio della sofferenza del corpo.
I suoi piani sequenza riflettono l’assuefazione protratta alla violenza dei protagonisti e sono una pallottola puntata sullo spettatore.
La violenza per Scorsese è sicuramente un atto di rimozione che affonda in determinati contesti sociali e viene in quanto tale denunciato.
Ma la violenza, per i film di Scorsese, è innanzitutto una ragnatela di ossessioni, dipendenze, rappresentazioni vivide da cui non si esce se non con il gesto estremo, il fallimento di una vita o la morte.

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