Solaris l’ho conosciuta attraverso mia moglie che vi svolgeva un’opera di volontariato come operatrice sociale.
Io sono uno scrittore, un poeta nella fattispecie, e mi sono sempre rivolto alla mia malattia mentale come qualcosa di inalienabile, personale, e profondamente distruttivo. L’ho fatto attraverso le pagine dei miei libri cercando di formalizzare questa mia malattia spinto dalla tensione pubblica e politica di una tangibile “differenza”.
Ho sempre pensato, e penso tuttora che la malattia psichiatrica abbia il grande compito di essere riconosciuta dalla coscienza poiché è iscritta nel nostro modo di riconoscere e di interagire con il mondo e con il nostro io ed è una differenza e un travaglio radicali.
Conoscendo l’ODV Solaris mi sono reso conto che c’è un altro modo per vivere e agire la propria malattia psichiatrica nel sociale. In questo Solaris per me è stata una sorpresa.
Questa associazione di volontariato nei suoi laboratori ibrida, mescola le persone, la “loro” materia espressiva, unisce tutte le voci in un’unica tavolozza di acquarelli. Solaris è un luogo concepito da menti illuminate che va ben oltre la dimensione solipsistica della terapia, o della lotta solitaria della scrittura, per essere un contesto libero di socializzazione e di ibridazione fra la testa di chi è malato psichiatrico e di chi non lo è.
Facciamo esattamente parte della stessa tavolozza di colore e della stessa testa che unisce e non si distrugge, e che non si distrugge individuandosi.
Solaris va oltre la psichiatria e la psicoterapia perché unisce “tutti” (tutte le persone che lo vogliono fra i familiari, gli amici e i pazienti) nell’alveo della medesima tensione espressiva. Penso che sia proprio questo il fulcro di Solaris come ambiente socializzante: la tensione all’espressione di tutti…
Vorrei aggiungere, se mi permettete, che Solaris è intrinsecamente “Donna” perché il germe della sua intuizione e della sua idea “ibride” è schiettamente femminile come tutte le donne che sono tutte le persone che coordinano questa realtà.
Ho concepito questo piccolo scritto in un bar mentre ascoltavo “Gli angeli” di Vasco Rossi, una canzone d’amore e di fratellanza per gli eterni margini e solitudini del tessuto sociale.
Nessun commento:
Posta un commento