La mia opera è fatta di otto libri ed è stata composta in otto anni e mezzo.
È una sola opera perché il libro è solo uno dei suoi frammenti.
È un’opera poetica nonostante non sia fatta solo di versi e sia fatta anche di una prosa prosastica.
Ho capito che la mia opera non coincideva con il libro solo a un certo punto, forse dopo i miei primi tre libri.
I miei primi tre libri sono in versi, gli altri in prosa poetica e in prosa prosastica.
Tutti però conservano un certo ritmo.
Penso di essere un grande poeta nonostante abbia avuto uno scarsissimo riconoscimento da parte della critica.
Della mia opera posso dire che è antintellettuale e antiletteraria.
È ostile alle lettere e, più in generale, alla cultura perché riflette la mia storia con il libro e con il codice.
È una storia andata a finire male.
Pensavo che il pensiero letterario articolato in saggistica potesse dominare il mondo nominandolo.
È una storia andata a male e la mia insofferenza per le lettere riflette la mia autobiografia.
L’ignoranza apre il gesto estetico a nuove prospettive e ribalta l’aspetto claustrale della cultura.
Sono un ignorante in ambito poetico, la mia tradizione è inconscia, tutto quello che so (le affermazioni in questo scritto) è molto labile ed è dovuto a un’interrogazione continua nei confronti dei risultati della mia esperienza.
Sono un poeta futurista, o forse no.
Il mio linguaggio è plurale perché varia profondamente con l’incedere dei libri e contiene differenti forme espressive dentro di sé, e differenti geroglifici.
La forma ha l’aspetto di un’immagine che può essere anche in movimento.
L’immagine può anche essere data dalla pagina bianca che io ho ricercato, nel modo mio, e ho escogitato nel mio percorso.
Penso che la mia opera sia la metafora della mia vita.
Appare, scompare.
È un fenomeno che appare e che scompare.
Il suo testo si dipana dal primo all’ultimo libro.
Prima c’è una pagina bianca che è tutta la vita che c’è stata prima; poi c’è una pagina bianca che è tutta la vita che ci sarà poi.
Gli otto anni e mezzo in cui ho composto gli otto libri sono forse stati gli anni più intensi della mia vita, i più dolorosi e i più belli.
Secondo il mio psichiatra sono stati anche gli anni più malati e infatti lui ha sempre pensato la mia scrittura come una forma di malattia.
Me l’ha ribadito anche nell’ultima visita prima che fossi costretto a cambiare psichiatra.
Questa vita diventa una metafora nella mia opera attraverso la dimensione del tempo.
I primi quattro libri sono cinematografici perché le pagine scorrono come se fossero la cinematica di un film.
Fra una pagina e l’altra c’è un baratro suicidario che viene superato dal sentimento, cinematico e vitale, della continuità.
Gli ultimi quattro libri sono ferite bucate dell’istante presente, anche quando sono prose prosastiche, e si avvicinano all’Instant poetry.
Non so se ho mai realizzato materialmente l’Instant poetry, credo di no.
Le due concezioni della vita sono speculari e si complementano l’una con l’altra anche se sembrano opposte.
La mia opera si fa momento nodale della mia vita e del mio sentire, e mi ha cambiato.
Secondo il mio psichiatra in peggio.
Secondo me in meglio.
Ho fatto qualcosa di bello e di produttivo nella mia vita di malato psichiatrico e ho approfondito i miei legami con la vita e con i miei affetti lasciandomi cambiare e lasciando un tracciato.
La prima pagina è bianca e l’ultima pagina è bianca.
Non potrò mai continuare quest’opera perché scrivere nell’ultimo periodo mi fa male e perché tradirei quello che ho fatto e come si è venuto simmetricamente a configurare.
La prima pagina è bianca, l’ultima pagina è bianca.
La mia opera non ha titolo ma esprime un desiderio come la stella cometa.
È un’opera infuocata perché parla di malattia psichiatrica chiamandola con il suo nome e raccontando che è una parte importante della mia vita.
I miei libri sono enigmatici perché non dichiarano a parole il loro sentire ma sotto il testo si nasconde una materia senziente che rimane molto spesso indecifrabile per il lettore.
Esiste un collegamento con il fruitore se questa materia senziente viene percepita come tale attraverso la sensibilità dell’esperienza della fruizione.
La mia opera crede nello “psichiatrico” e nella differenza di cognizioni e di percezioni della malattia psichiatrica anche se il mio psichiatra non ha creduto in me.
Per questo ho cercato lo scontro e la differenza fra il lettore e lo scrittore.
Francesco Di Benedetto
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